Ho aperto questo blog sperando di creare un porto sicuro nel quale raccontare la mia vita e le piccole cose di ogni giorno. Talvolta, purtroppo, le carte che abbiamo nel mazzo non sono quelle con cui vorremmo giocare e, in questi casi, si tace sperando che domani le cose vadano meglio.
Per quanto mi riguarda le cose oggi non vanno meglio, ma perlomeno vanno diversamente.
Negli ultimi mesi ho cercato di rattoppare una situazione che chiedeva soltanto di essere riconosciuta per ciò che era. So che sembra un cliché, e forse infatti lo è.
Forse capita a tutti, prima o poi, di dimenticarsi di se stessi e di fare costantemente caso alle esigenze altrui.
Forse capita a tutti anche di inseguire quello che si vorrebbe invece di prestare attenzione a quello che effettivamente si ha davanti.
A me è capitato e per mesi non ho avuto nulla da raccontare. Adesso, forse, questo blog potrebbe essermi d'aiuto davvero, per spostare la mia attenzione altrove e per guardarmi attorno e non solo dentro.
Oggi sono molto delusa, e confusa e triste. Però oltre all'ammasso di sentimenti so che questo cambiamento porterà con sé qualcosa di buono.
Quindi con calma, aspetto, e nel frattempo magari scrivo. Della primavera, delle gite in kayak, delle lezioni di svedese, del buio che non arriva mai e di com'è vivere a Stoccolma da sola.
Io quando andavo a scuola l'inglese non l'ho mai imparato. Vorrei dire che è andata così perché non ho avuto insegnanti competenti, oppure perché facevamo un sacco di esercitazioni ma non lo parlavamo mai... però la verità è che non me lo ricordo, perché io in classe ero troppo impegnata a fare a altro e a casa, invece di studiare, ero troppo impegnata a ri-fare altro.
Insomma, ad un certo punto ho avuto il mio primo vero contatto con la lingua inglese.
Ero in Corsica ed era il 2007. Mia cugina si era invaghita di un francese che non se la filava nemmeno di striscio e anzi, aveva una cotta per un'altra. Sebbene la faccenda si sarebbe poi rivelata profetica, lei all'epoca non si era ancora fatta le ossa, quindi scoperto l'altarino se n'era andata sconvolta. Drammi adolescenziali. Io lì, imbambolata di fronte al francese, realizzai di dovermi pronunciare in qualche modo per giustificare la situazione, così mi avventurai, senza remore, e in un battibaleno diedi sfoggio delle mie competenze linguistiche:
"Sorry, Giorgia is trist but you have a friend girl!"
Quasi quasi potrei glossare l'enunciato, per tradurlo, come si fa nei papers.
No non lo farò, ma vi basti sapere che intendevo dire "Mi dispiace, Giorgia è triste perché hai la ragazza." Vabbè, dai, vi ho visti scuotere la testa basiti, tranquilli io sto facendo lo stesso.
Dopo questo clash estivo contro la lingua inglese sono tornata tra i banchi, e ho continuato a non aprire un libro. A mia discolpa devo dire che da giovane ero piuttosto impegnata: avevo un sacco di libri da leggere ed ero convinta che sprecare il mio tempo facendo altro fosse una grossa colpa. Inoltre avevo il mio bel da fare a fidanzarmi, sfidanzarmi, deprimermi e spararmi De Andrè e Guccini per ore ed ore, alimentando i miei ideali di piccola anarchica.
Ad un certo punto ho iniziato l'Università, ed ho avuto modo di allargare i miei orizzonti musicali e, di conseguenza, linguistici. Sì, perché alla fine io l'inglese l'ho imparato così e dopotutto l'ho imparato abbastanza bene. Ore ed ore in Youtube ad ascoltare canzoni con l'opzione "lyrics", a tradurre i testi e a cantarli a squarciagola in macchina.
Così un po' alla volta ho smesso di essere soltanto una 'mangia-libri' e mi sono trasformata anche in una 'mangia-musica': dai Queen a Cat Stevens, da Paolo Nutini ai Dire Straits, dagli Alterbridge fino agli Oasis ho tradotto, tradotto e tradotto come una pazza.
Certo, la via verso l'inglese è stata lunga, torbida e a volte, in nome del mio progresso linguistico, ho davvero toccato il fondo. Ammetto con rammarico di aver tradotto persino Taylor Swift o gli One Direction, ma sono stati momenti bui, lasciamoli stare.
Insomma, l'inglese, tra una cosa e l'altra, di canzone in canzone, l'ho imparato.
Però non basta e adesso tocca imparare lo svedese.
L'altra mattina me ne stavo lì a letto a fissare il soffitto e ho avuto l'illuminazione: perché non usare lo stesso metodo?!? Dopotutto, squadra che vince non si cambia!
Allora mi sono alzata, ho spostato con una gomitata il libro che avrei dovuto studiare, ho acceso il computer e mi sono messa a praticare la mia attività preferita: il googleraggio sfrenato. Insomma, nel giro di una mezz'oretta avevo googlato tutte le combinazioni possibili: "canzoni in svedese facili", "canzoni per imparare lo svedese", "svedese semplice canzone", "svedese-perchè-cazzo-non-sono-nata-imparata", "svedese voglio saperlo ma non ho voglia di studiare canzone testo facile". Insomma tutto.
Fatto sta che questo lungo (lungo...la fiera degli eufemismi eh?) intro serviva a giustificare i risultati della mia ricerca, risultati che vi posterò qui di seguito e riguardo i quali mi sento in dovere di dire un paio di cose.
Intanto ascoltatevi queste hits in svedese, poi ne riparliamo.
Insomma, ci siete ancora? Le avete ascoltate? Mi auguro di no, o almeno non fino alla fine! Ok, i titoli di queste canzoni, tradotti in italiano, sono i seguenti:
- "Il primo giorno di primavera";
- "L'estate è corta";
- "Estate in Svezia";
- "Una sera di Giugno".
Davvero, io non le ho scelte apposta. Ho googlato e ri-googlato, ma l'assortimento di temi per quanto riguarda il pop svedese sembra essere davvero limitato. Estate, sole, l'estate dura poco, a noi ci piace l'estate, a noi l'estate ci piace proprio tanto e, per finire, quando arriva l'estate???
Insomma, me ne sono andata in cucina a fare colazione un po' avvilita.
Ora, io capisco che l'estate, per gli svedesi, sia un po' come la gita a Gardaland per noi italiani, ossia una cosa super figa che però dura un solo giorno all'anno. Lo capisco, davvero. Però io così lo svedese come lo imparo?
Ok, adesso so dire 'Giugno', so dire 'estate', so dire 'fiori', 'ballare sull'erba a piedi scalzi' e 'costume da bagno'.
Però, se qualcuno viene a chiedermi che cosa faccio durante le prossime vacanze di Natale, quando fuori nevica e ci sono -20 gradi, io come gli devo rispondere?
Devo dirgli che me ne starò in costume a raccogliere fiori sotto il sole?
No,certo. Mi sa che alla fine gli risponderò in inglese, dopotutto uno o studia, o fa fuoco con la legna che c'ha.
È proprio il caso di dirlo: trasferirsi all'estero ti porta a provare una marea di cose nuove, a vivere un sacco di esperienze elettrizzanti che non potrebbero mai capitare nel buco di paese da cui provengo. Per esempio ieri sono stata così fortunata da sperimentare qualcosa di davvero innovativo ed emozionante come...venire derubata!
Ebbene sì, nella super-sicura, super-civile e super-controllata capitale svedese, sono stata scippata. Qualcuno ha aperto la mia borsa e ha sfilato via il mio portafogli senza che me ne accorgessi.
Inutile dire che nel beneamato portafogli giallo limone c'era tutto quello che serve per sopravvivere in una società civilizzata: soldi (troppi soldi), carte di credito, tessera della metropolitana, patente, carta d'identità, tessera sanitaria, badge dell'Università di Stoccolma, nonché il mio vecchio badge dell'Università di Padova, che mi consentiva ripetuti sconti-studenti abusivi al cinema durante i miei periodi di permanenza in Italia.
Non so se l'intera faccenda si possa definire un concentrato di sfiga o un concentrato di idiozia, probabilmente entrambi.
Sfiga perché dai, facendo quattro calcoli, ho vissuto in questa città per un anno ormai. Essendo io barbona inside, per la metà del tempo me ne vado in giro senza una lira, pagando perfino il caffè con la carta di credito perché nello scomparto contanti del portafogli c'è sempre il deserto.
Per questo weekend avevamo organizzato una gita fuori porta ad Helsinki e, appena prima della partenza, penso bene di prelevare. Di prelevare un sacco di soldi. Ma perché? Perché?
Col mio bel bottino in borsa mi avvio a prendere l'autobus verso il porto, ma non senza fare tappa al McDonald's, certo che no! "Ristorante" super affollato, sabato pomeriggio, valigie, borse, noi compriamo i cheeseburgers, paghiamo, ce ne andiamo, cerco la tessera dei trasporti per salire nell'autobus ed ecco che la borsa è aperta e del portafoglio nemmeno l'ombra. Yeah!
Ora io dico, non potevano rubarlo due giorni prima? Non ci sarebbe stata una lira dentro (anzi un euro, anzi una corona)! E poi dico, che cosa mi ha fatto pensare che prelevare un sacco di soldi prima di andare in vacanza fosse una mossa saggia? Certe volte veramente, come dicono le mie amiche, non si capisce come mi abbiano dato una laurea!
Insomma, morale della favola: il weekend ad Helsinki si è trasformato in un weekend alla centrale di polizia, i miei documenti sono scomparsi e io da brava furbona non li avevo nemmeno fotocopiati prima, giovedì dovrei partire per la Polonia, ma utilizzo il condizionale, dato che Ryanair non è certo famosa per lasciar imbarcare i passeggeri sprovvisti di documenti.
Evviva! Che disastro.
Che cosa posso dire? Sono basita di fronte a tanta sfiga e inoltre continuo a pensare a tutto quello che avrei potuto comperare con le belle banconote che riposavano nel mio portafogli.
Vi sembra un pensiero materialista, poco costruttivo e inutile? Non me ne importa. Vorrei solo aver comperato qualcosa di bellissimo e costosissimo, invece l'unica cosa che comprerò da oggi fino al duemilamai, sarà un portafoglio in fintapelle plastico-pelle di H&M, in completa linea con la moda polare!
È bello vivere all'estero, si provano un sacco di nuove esperienze.
È bello vivere all'estero. Un po' più bello quando si hanno dei documenti, ma alla fine dai, va bene lo stesso.
Per chi avesse quattro minuti da perdere, qui di seguito tento di sublimare la sfiga nell'arte. Eccovi un significativo estratto del film francese "Pickpocket". Anno 1959, regista Robert Bresson.
La Fede vive qui a Stoccolma e fa la ragazza alla pari. Lei abita con la famiglia per cui lavora e si prende cura dei loro due bambini. Oltre a questo cucina, pulisce e studia lo svedese.
La Fede la mattina va sempre a correre, con un sacco di vestiti addosso perché così si dimagrisce più in fretta.
La Fede è una di quelle persone che non si lamentano mai, e quando qualcosa va storto lei prende il telefono e te lo racconta, ma te lo racconta in un modo tale che dopo cinque minuti sia tu che lei state singhiozzando dalle risate.
La Fede ha fatto la maestra d'asilo per qualche anno e non è andata all'università. Lei è una di quelle persone con cui tutti noi studentelli saccenti dovremmo avere a che fare, giusto per mettere a tacere l'idea che ci hanno inculcato in testa, che dopo aver fatto la muffa per cinque anni all'università allora siamo gente migliore.
Io di solito le persone le ascolto poco, perché spesso mi sembrano dei dischi rotti, ma quando La Fede mi dà un consiglio, mi accorgo subito che quella era proprio la cosa giusta da dire. Lei dice sempre qualcosa di inaspettato, e un po' cinico, e un po' stronzo e molto vero.
La Fede è una di quelle persone che per fortuna a volte le incontri, per fortuna ci sono loro a far riprendere qualche punto a 'sto mondo.
Io credo che lei sia davvero coraggiosa, perché non sa l'inglese, non ha un piano ben congegnato e ha lasciato a casa tante cose a cui tiene. Però è partita lo stesso e non sta mai lì a compiangersi.
Ieri La Fede ha avuto un colloquio di lavoro con un'altra famiglia, per badare ai loro tre bambini. Dopo il colloquio siamo andate a bere un caffè e mi ha raccontato com'era andata. Mentre stavo a sentire la storia, il proprietario del bar ci guardava un po' male, perché ridevamo così tanto che avremmo potuto sputacchiare tutto il caffè da un momento all'altro.
La storia è questa qui che adesso vi voglio raccontare:
La Fede aveva appuntamento con questa signora alle 4. Dovevano incontrarsi alla stazione del treno, perché lei non c'era mai stata in quel quartiere e non sapeva come raggiungere la casa. Alle 4, qui a Stoccolma, è già notte.
Alle 4 meno dieci la signora ha detto alla Fede che i suoi pargoli (di 4, 7 e 9 anni) non avevano voglia di uscire per andarle incontro e che lei avrebbe dovuto raggiungerli da sola. La Fede si è un po' persa, ma poi ha trovato la casa e li ha conosciuti. La signora le ha mostrato la villa a tre piani, il giardino con la piscina olimpionica, il salotto enorme e tutte le altre trenta stanze, compresa quella che avrebbe dovuto essere la sua camera da letto.
Poi la signora le ha offerto un the e hanno discusso i termini del contratto. La signora ha detto che non l'avrebbe pagata nemmeno un soldo perché, come paga, le offriva la possibilità di vivere nella camera da letto.
Alla Fede di solito non girano mai le palle, però lì per lì le sono proprio girate tanto, mi diceva. Di che cosa dovrebbe vivere lei, se non percepisce uno stipendio, mi diceva.
La Fede ha detto la stessa cosa a questa signora: "di che cosa dovrei vivere io, se lavoro e non mi paghi?"
La signora l'ha guardata stupita e le ha chiesto: "Ma scusa, tu non ce l'hai mica una famiglia che può mantenerti?"
La Fede ha pensato che questa signora è una gran stronza e che è anche parecchio stupida.
Io ho pensato le stesse identiche cose.
In quale galassia una ragazza lascia il suo paese, la famiglia, il fidanzato, gli amici, per andare a lavorare in una città in cui ci sono -20° e 6 ore di luce...senza essere pagata?? In quale posto nell'universo qualcuno dovrebbe pesare sui genitori e farsi mantenere per fare, nel frattempo, la ragazza alla pari??
Ammetto di avere forse dei pregiudizi nei confronti di una certa categoria di persone, ma quando sento dei racconti del genere, mi passa qualsiasi voglia di liberarmene! A voi che sposate dei ricconi e poi pensate di avere il mondo in mano, a voi che vi sentite già arrivati e credete di poter trattare così quelli che ancora ci stanno provando, a questa signora che dorme su un materasso di soldi ma non ritiene opportuno pagare i dipendenti che assume, beh, voi mi fate schifo. Volevo solo dirlo.
Per fortuna La Fede ha detto qualche parolaccia e si è fatta quattro grasse risate, perché lei è così, e vale molto più dei loro soldi, delle loro macchine di lusso e delle loro piscine olimpioniche in giardino.
Questo nuovo post arriva in un mix speciale di positività.
Sono sarcastica, lo dico da subito.
Mi sembra poco fine iniziare a scrivere un blog e rimanere incastrata nel silenzio dopo soltanto un paio di settimane, ma la verità è che in questi giorni mi sembra parecchio faticoso guardarmi attorno e vedere qualcosa che possa diventare parole. Parole da condividere, parole di cui sorridere, e parole proprio, parole da ficcare nei mille elaborati che devo scrivere durante questo periodo di esami.
Però mi sembra di avere un qualche tipo di responsabilità verso questo mio progetto, quindi ritengo opportuno rimboccarmi le maniche e trasmettervi almeno un po' del non-entusiasmo che popola queste mie giornate :)
Cinque giorni fa è arrivato novembre.
Se fossi in Italia non me ne potrebbe fregare di meno, ma qui sembrano prendere questa faccenda molto sul serio. Le facce degli svedesi sono passate in modalità inverno e temo anche la mia. L'anno scorso mi facevano ridere questi tizi che camminavano in giro con l'aria di avere delle pistole puntate alla tempia per il semplice fatto che le giornate si stavano accorciando, però devo ammettere che negli ultimi giorni, da quando l'ora è cambiata, anche io mi sento un po' come se mi avessero segato le gambe.
In realtà ho una mezza idea che la causa di tanta spossatezza non sia, soltanto, una rinnovata empatia nei confronti di un popolo che si rattrista per l'arrivo del gelo. Ho una mezza idea che riguardi questa montagna di cose che devo sbrigare prossimamente e della quale non vedo la cima.
Vorrei solo elencare alcuni punti che ho notato oggi, proprio mentre me ne stavo seduta, ancora, di fronte al computer, a picchiare sulla tastiera parole che sembravano uscire dalle mani, invece che dalla mente. Non aspettatevi osservazioni utili per l'umanità, si tratta più che altro di un promemoria per il mio cervello un po' in letargo:
- ho finito praticamente tutti i beni di primo consumo necessari alla sopravvivenza. Non c'è latte, né pane, né uova. Non c'è il pesto per la pasta e ho perfino finito lo shampoo (chi mi conosce comprenderà lo stato di emergenza in cui mi trovo).
- ho esaurito un'altra cosa che temo si possa includere nella categoria cose basic per non morire: i calzini puliti. Ho prenotato la lavatrice e ho dimenticato di andare a farla, così ora vegeto e metto le calze, sotto i jeans, che cadono, e io divento (ancora di più) nervosa.
- Devo (DEVO) pulire la cucina di questo studentato, ma non ne ho il tempo, e quotidianamente rimango stupita di come il mio limite di sporco tollerabile continui a slittare un po' più in là.
Insomma, ho aggiornato il blog, come impongono le regole di questa giungla telematica che è internet. Però credo di non averlo fatto con lo spirito giusto, quindi chiedo perdono :)
Si tratta soltanto di un black out temporaneo, a breve scalerò la mia montagna di lavoro da fare, mi tingerò i capelli di rosso e verrà la neve.
Quando verrà la neve ci lanceremo palle di neve, ci lamenteremo del freddo di fronte ad un bel bicchiere di Glögg (leggete vin brulè, se non siete veneti leggete vino caldo) e pattineremo sul ghiaccio in Kungstädgården, che non sarà rosa di fiori di ciliegio come in primavera, ma sarà bellissima, con le luci di Natale, esattamente come dev'essere una piazza a dicembre.
Intanto mi infilo nel letto e vi lascio la colonna sonora giusta per il mio umore che fa su e giù, per queste giornate, per questo mese.